AD UN ANNO DALLO SCOPPIO DELLA PANDEMIA COVID-19, LA TOCCANTE TESTIMONIANZA DI MARTINA, LA MUSICISTA BERGAMASCA CHE HA VISSUTO IL 2020 TRA LA CINA E BERGAMO. La sua storia da leggere tutta d’un fiato.

Molte persone parlano di mal d’Africa, una sensazione di dolorosa malinconia che si prova nel momento in cui si è lontano dalla “culla dell’umanità”: i profumi, i sapori, i sorrisi, i paesaggi di quel mondo lontano mancano così intensamente da percepirne una sofferenza fisica, come un lutto vissuto sottovoce, ricordi nostalgici di un amore passato.

Io, sebbene non sia mai venuta a contatto con suddetto mal d’Africa, posso con certezza affermare di aver provato tutte queste sensazioni nel momento in cui mi trovai lontano da quella che oggi chiamo casa: l’impero celeste, la meravigliosa Cina. Mi chiamo Martina e sono una flautista professionista in Cina. Sono orgogliosamente di origini bergamasche, sebbene il mondo intero mi abbia fatto da dimora negli scorsi cinque anni.

Concerto al Oriental Art Center a Shanghai

Dopo aver trascorso tre anni in Bulgaria, nel gennaio 2019 mi venne offerta una posizione come insegnante di flauto a Hefei, la capitale della provincia Anhui. Nel Marzo 2019 tornai in Italia dove restai fino al Dicembre 2019.
Per quale motivo? Molte persone non sono al corrente di cosa significhi preparare un visto lavorativo per la Cina: i diplomi, il certificato dei precedenti penali, i certificati che attestano di aver almeno due anni di insegnamento continuativo devono essere convalidati dalla Prefettura e dal Consolato cinese in Italia, tradotti in cinese e inviati all’ufficio delle Risorse Umane in Cina, il quale lo invierà a sua volta all’ufficio d’immigrazione per l’emissione di un permesso lavorativo con il quale, poi, bisognerà recarsi in Consolato e lasciare il proprio passaporto per l’emissione di un visto di trenta giorni entro i quali bisogna entrare in Cina, fare un check-up fisico, affittare un appartamento per registrarsi in polizia…

Non è semplice lavorare in Cina per lungo tempo e chi riesce ad intraprendere questa splendida avventura lo fa desiderandolo veramente. La settimana precedente alla mia partenza ebbi una terribile influenza che durò ben oltre il mio arrivo e che ritardò il mio check-up di una settimana: era il 7 Dicembre 2019 quando atterrai a Shanghai, dove rimasi per due settimane per poi trasferirmi in una città chiamata Hefei, a due ore di treno dalla metropoli. Immediatamente mi resi conto che vivevo in un mondo a testa in giù, in una società stravagante, con usi e costumi completamente diversi dai miei.

Sebbene molti modi di fare fossero inconciliabili con la cultura occidentale, ricordo che ne fui sempre molto affascinata e non infastidita: nella mia mente iniziò a nascere il pensiero che, se l’idea di educazione non è altro che un costrutto sociale che cambia in base alla cultura in cui un individuo cresce, allora ogni manicheismo, ogni rigida opinione è, semplicemente, un castello di sabbia. Tutto ciò fu evidente nei piccoli gesti quotidiani: mangiare e digerire rumorosamente non era segno di maleducazione, ero la sola ad esserne imbarazzata finché, ad un certo punto, iniziò a diventare la normalità, come la difficoltà nel mangiare ogni cosa con le bacchette, superata a pieni voti dopo mesi di allenamento. Il supermercato non è mai stato più ostile: scritte indecifrabili, prezzi incomprensibili, vasche d’acqua dove poter scegliere pesci e crostacei, prodotti sconosciuti dalle forme fantastiche e come solo mezzo di comunicazione un’applicazione sul telefono con cui potevo tradurre ogni ideogramma in un suono a me conosciuto. Il telefono, infatti, diventa parte integrante del corpo: ci si sveglia con il telefono, si fa shopping con il telefono, si leggono informazioni nei musei con il telefono, si paga ovunque con il telefono grazie ad un’applicazione molto simile a WhatsApp. E quando dico ovunque non esagero: per intenderci, è come se la signora della bancarella dei formaggi in Barzana avesse un Codice QR sul suo banchetto che, nel scannerizzarlo con questa applicazione, si possono addebitare immediatamente sul conto di tal signora i soldi del formaggio di capra che si vuole acquistare. Si possono fare donazioni nei templi, nelle chiese, alle associazioni no profit con il telefono, ma anche ai mendicanti per strada, muniti di codice QR per facilitare la “mancanza di spicci”. Inizialmente mi sembrava complicato e mi spaventava l’idea di dover dipendere dal telefono per ogni cosa. Nel tempo, invece, l’ho apprezzato molto: basta avere il telefono con sé e si può fare ogni cosa con facilità, spostarsi con tutti i mezzi di trasporto pubblico, pagare taxi, prendere le biciclette sparse per la città, pagare il pranzo, dividere il conto, comprare ogni genere di cosa solo scannerizzando un semplice codice QR.
Nonostante tutte queste diversità, non ho fatto fatica a sentirmi a casa: ricevevo già prima di chiedere aiuto. La società cinese, infatti, è fondata sull’unione : nessuno rimane solo, né giovani né anziani e, in effetti, sola non lo sono mai stata. Un anno fa, prima del nuovo anno cinese, che si festeggiò il 23 gennaio 2020, i miei colleghi vollero fare una cena, dopodiché andammo in un KTV (karaoke) dove rimanemmo per tutta la notte a cantare. Mi coinvolsero come se fossimo stati amici da tempo e, sebbene le mie doti canore non siano esattamente eccezionali, passai gran parte della notte a cantare. Mai mi sarei immaginata di trovarmi in una situazione del genere. Questa Cina mi stava regalando una nuova vita che, sebbene tutte le piccole difficoltà quotidiane, profumava di antichi sapori d’Oriente. Non si vedevano ad occhio nudo, ma si percepivano ad ogni sguardo rivolto più in là della superficie.

Cena con i colleghi

Poi, arrivò il 23 gennaio 2020.

Il virus, il lockdown, chi sapeva cosa significava “lockdown” prima? Perfino i cinesi lo sanno ora.
Io e mio marito ci trovammo a Shanghai, la mia adorata Shanghai, orgogliosa nel suo spettrale silenzio. Un silenzio che aveva lo stesso rumore di una processione di Nazarenos durante la Semana Santa, un silenzio cadenzato dal dolore e dalla morte, la stessa morte che falciò l’altra mia adorata città, sotto gli occhi increduli dei suoi cittadini e pure sotto ai nostri. Sì, perché decidemmo di tornare a casa esattamente il 2 febbraio 2020, terrorizzati da ciò a cui testimoniammo. Ricordo di aver pensato “Se questo succedesse in Italia, sarebbe impossibile gestirlo”.

Un brivido alla schiena mi percorre ogni qualvolta che ripenso a quel momento: il viaggio da Shanghai, lo scalo a Doha e l’arrivo a Milano, dove arrivammo senza alcun controllo. Ricordo quelle tre settimane di quarantena volontaria, in cui ricevemmo insulti da anonimi e da conoscenti. E, quando agli inizi di Marzo ci preparammo per la prima pizzata in compagnia di amici, esattamente quel giorno vi fu il primo caso di Codogno, il che creò una grande paura attorno a noi. Rinunciammo alla cena e a quelle successive per non creare scompiglio. Nonostante tutte queste misure, dopo un mese ci ammalammo. Durò poco e cercammo di non pensarci troppo: com’era possibile arrivare a Bergamo e ammalarsi? Ricordo un’immagine che non si cancellerà mai dalla mia mente finché avrò vita: andai in farmacia per comprare del paracetamolo e la fila era lunghissima. Prima di me c’era un uomo di mezz’età, ricordo che teneva le ricette in una mano e chiedeva alla farmacista se fosse stato possibile avere dell’altro ossigeno, mentre la farmacista, in tono supplichevole, cercava di convincerlo di razionare l’ossigeno fino al lunedì successivo, quando sarebbero arrivate altre scorte. In quel momento, vidi la forza di due popolazioni, quella bergamasca e quella cinese, tirarsi indietro le maniche e portare avanti le sofferenze con dignità e senza lamentele. Migliaia di chilometri di distanza, culture completamente diverse, ma una unico modo di reagire al dolore. Non credo di essere mai stata così orgogliosa della mia città natale e del Paese che mi ha adottato.

(FINE PRIMA PARTE)

***

IL RITORNO IN CINA

Comprammo un biglietto di ritorno il 7 marzo 2020 sebbene i nostri datori di lavoro ci scoraggiassero a tornare: l’Europa era diventata il focolaio principale mentre la Cina stava riuscendo ,con fatica, a contenere il contagio. Questo significava che, una volta atterrati in Cina, avremmo dovuto fare una quarantena ospedalizzata. Il nostro volo venne posticipato e poi, il 27 marzo 2020, ricevemmo la peggiore delle notizie: la Cina aveva chiuso le frontiere e non c’era modo di entrare.

Furono mesi complicati: lo stipendio ci venne dimezzato fino a giugno, dopodiché non ricevemmo più nulla.
In questi mesi di caos e incertezza fu di grande aiuto poter condividere i pensieri e i dubbi con altre persone nella nostra stessa situazione. Passarono aprile, maggio, giugno e luglio quando, ad un certo punto, ci giunse l’informazione che la Camera di Commercio italiana stava organizzando dei voli charter per gli imprenditori italiani. Fu una grande notizia per noi, significava che si stava muovendo qualcosa: avevo la percezione che fosse una chance da non farsi sfuggire e, infatti, il 3 Agosto 2020 confermarono il terzo charter per tutti coloro che erano in possesso di permesso di soggiorno e permesso lavorativo validi.

C’erano diversi ostacoli da superare e non fu semplice: dimostrare di possedere ancora un lavoro in Cina, svolgere un tampone entro e non oltre le 48 ore dalla partenza, essere inseriti nella lista del volo per poter fare il visto, aspettare un nuovo visto provvisorio per l’ingresso. Furono giorni di tensione: la Camera di Commercio sembrava procrastinare la e-mail di conferma del volo, mentre io, per timore di non aver abbastanza tempo, avevo preso già appuntamento in Consolato per l’emissione del visto, ma non avrei potuto farlo senza dimostrare di aver comprato il biglietto aereo.

L’appuntamento era il 28 Agosto 2020 e il 27 Agosto alle 19.00 ricevemmo lae-mail di conferma: eravamo nella lista, potevamo partire. Comprammo due biglietti aerei e quella sera stappammo una bottiglia di vino. La felicità era illimitata: dopo tutti quei mesi di attesa, finalmente era giunto il nostro momento. Il giorno successivo ci recammo a Milano, dove ci ritirarono i passaporti e i documenti per prepararci alla partenza.

Ma le fatiche non erano terminate. Sembrava che non ci fossero cliniche disponibili a darci i risultati in 48 ore. “Perché tanta fretta?” esclamavano dall’altra parte del telefono quando cercavo disperatamente di avere l’assoluta certezza dei risultati. Per fortuna non eravamo soli e, con altri compagni d’avventura, ci recammo al San Raffaele tre giorni prima della partenza. Il 10 Settembre 2020 una lunga fila di persone si preparava ad imbarcare sul volo Neos NO982 da Milano Malpensa, direzione Tianjin. Tutti ci guardavamo con una strana luce negli occhi: stavamo partendo davvero, dopo sette lunghi mesi di attesa. In mezzo a quegli occhi c’erano storie ben più complicate della nostra: genitori separati dai figli, coppie lontane da troppo tempo…Era solo l’inizio delle lunghe fatiche ma eravamo disposti a tutto per ricominciare a lavorare, a vivere di nuovo. Creammo un gruppo chiamato “quarantena in Tianjin” su questa famosa applicazione che ci aiutò a superare molte controversie burocratiche e che, durante la quarantena, ci tenne compagnia. Arrivammo a Tianjin l’11 settembre 2020 nel gate per i voli intercontinentali: eravamo gli unici ad essere atterrati, non c’era nessun altro. Il vuoto attorno a noi era riempito da umanoidi con tute bianche che ci segnalavano il percorso. Non ero mai stata così felice di intravedere e riconoscere da dietro le maschere quegli occhi a mandorla. Prima di partire dovevamo avere scansionato un codice QR che confermava, attraverso il nostro test negativo, che non eravamo stati a contatto con individui infetti. Appena atterrati mostrammo il codice, riempimmo i moduli in cui confermavamo la nostra salute, ci fecero un tampone e, prima di caricarci sui pullman in direzione dell’hotel in cui avremmo passato le successive due settimane, ci fecero un’intervista personale in cui dovevamo confermare ciò che avevamo scritto già sui documenti: se uno di noi fosse risultato positivo avrebbero traslato il colpevole e le persone nelle due file più vicine direttamente in ospedale. Fortunatamente, non fu il nostro caso. Arrivammo dopo due ore all’Hotel Victoria seminando il terrore nella popolazione della città: trecento stranieri, scortati dalla polizia, possibilmente infetti, si stavano dirigendo in un unico hotel attraversando la città.

Quando arrivammo, donne e bambini passarono per primi. Anche in questo caso la fortuna ci baciò poiché, dopo aver firmato un documento che attestava che ci saremmo presi ogni responsabilità in caso fosse successo qualcosa, ci permisero di fare la quarantena insieme. Molte famiglie con bambini furono separate. Entrammo nella stanza 1701, il posto in cui avremmo trascorso quattordici lunghi giorni: la pulizia non era accurata ma, grazie ai consigli degli italiani partiti con i precedenti charter, avevamo portato con noi tutto il necessario per pulire. I giorni trascorrevano uno uguale all’altro: una sirena ci svegliava per avvertirci che potevamo raccogliere la colazione, posizionata sul tavolino davanti alla porta; alle 9.00 dovevamo inviare la nostra temperatura alla dottoressa con una foto o un video del nostro termometro.

Quarantena a Tianjin 

Durante il giorno suonavamo e guardavamo film e serie tv; alle 13.00, di nuovo, la sirena sanciva l’ora del pranzo; entro le 14.00 dovevamo inviare un’altra foto del termometro; un po’ di esercizio, un po’ di lettura e, alle 18.00 ecco la sirena che confermava l’ultimo pasto della giornata. Il gruppo fu di grande aiuto: ci si sosteneva, si inventavano vari intrattenimenti, ci si scambiava opinioni, si scherzava, si facevano spoiler sul cibo che stava arrivando.

La gente iniziò a ordinare ogni cosa da fuori: giuro di aver visto frigoriferi, aspiratori, televisori e perfino mattonelle in ceramica essere portati nelle varie stanze dagli infaticabili dottori che, nel momento di necessità, si trasformavano in cuochi e delivery man.

Ogni giorno i corridoi dove lasciavamo i resti del cibo e la spazzatura venivano puliti e disinfettati. Il penultimo giorno di quarantena ci fecero un tampone che, fortunatamente, risultò negativo per tutti i presenti. L’ultimo giorno uscimmo ordinatamente, partendo dai piani superiori a quelli inferiori. Incrociavo gli sguardi degli altri italiani da dietro le mascherine: ci sentivamo invincibili. Io e mio marito ci dirigemmo all’aeroporto dove saremmo andati a Chengdu. Lì, avremmo trascorso ancora una settimana chiusi nel nostro appartamento. Ci portavano tre pasti giornalieri e non potevamo assolutamente uscire ma era completamente diverso: eravamo a casa e sentivamo che il peggio era passato.

***

Ad oggi, dopo un anno da quel viaggio di ritorno in Italia e dopo cinque mesi in Cina, molte cose sono cambiate, sia nella mia vita quotidiana che nel mio modo di affrontare le avversità: vivo a Kunming, una città nel Sud della Cina, lavoro in un’orchestra, faccio concerti, ho progetti musicali per il futuro, la mascherina è solo un ricordo (la provincia dove vivo ha avuto un solo caso COVID-19). Il codice QR, però, è una costante nella mia vita: in qualsiasi posto vada devo scannerizzare quel codice che mi geolocalizza e dimostra la mia salute e quella delle persone con cui sono venuta a contatto.

Shanghai

Mi accorgo che la vita qui procede normalmente: il virus è stato debellato e abbiamo potuto festeggiare con amici e colleghi il Capodanno cinese all’aperto, guardando i fuochi d’artificio. Il ricordo di Shanghai, silenziosa e funesta in quel gennaio 2020 è molto lontano, anche se la ferita che ha lasciato tarderà a rimarginarsi. La lontananza dalla mia famiglia rende tutto più complicato e, naturalmente, sono preoccupata per ciò che potrebbe succedere. Dopo il nostro volo, la Cina chiuse definitivamente le frontiere e ora le misure di restrizione sono molto più severe: si richiede un test nelle 24 ore precedenti alla partenza, le settimane di quarantena sono diventate quattro e solo le persone strettamente necessarie sono ammesse in Cina. Penso ai miei genitori e alla mia famiglia che non potrò rivedere finché non riapriranno le frontiere e finché non annulleranno le misure di prevenzione al rientro. Penso ai miei amici ancora lontani, alle coppie separate, agli universitari che non hanno potuto terminare il loro percorso di studi e mi sento fortunata. Vivere qui non è semplice ma, come ogni giorno della mia vita, lo accolgo come un dono.

Questo ultimo anno mi ha insegnato a focalizzarmi sul presente, a capire che ogni cosa può cambiare da un momento all’altro, ma l’insegnamento più grande che questo 2020 mi ha dato è che la felicità è una condizione mentale che va allenata quotidianamente, con pazienza e con perseveranza, tutti quei valori che la mia terra mi ha insegnato e che sto ritrovando qui, a migliaia di chilometri di distanza. In un mondo frenetico, veloce e scattante dove mi sono sempre sentita inadeguata ho scoperto che vince ancora tutto ciò che è lento: la musica, la lettura, l’amore, le relazioni, l’allenamento, la perseveranza, la speranza ed è proprio grazie a queste cose che, nei giorni più bui, più difficili, più stressanti ho trovato la chiave per essere felice.

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