“Io sono fisioterapista. Tu che superpotere hai?”

Scherzando Lucia Carulli, caparbia fisioterapista bergamasca da più di vent’anni, inizia a illustrarmi chi è il fisioterapista e cosa fa.

“Il fisioterapista è colui che ti guida nella riabilitazione, ma è sempre pronto ad una battuta in palestra, lo chiami per nome e gli dai del tu. Lo aspetti tra impazienza e timore, perché sai che quando arriva ti aiuta, ma devi lavorare sui tuoi limiti. Il fisioterapista non dice “faccio il fisioterapista”, ma “sono fisioterapista” ed è la sua formazione che fa la differenza. Le giornate dei tre intensi anni universitari sono impegnate tra lezioni, tirocinio ed esami, spesso in contemporanea. Si studia la sera ed i week-end, quasi senza ogni altra attività sociale. Ogni futuro collega, anche chi sperava semplicemente di diventare il fisioterapista di una famosa squadra di calcio e guadagnare tanto, è messo alla prova sin dal primo anno da tantissime ore di tirocinio, in cui si scontra con la realtà della sua professione, spesso molto dura, ma, alla fine, molto più appassionante. 

Impara a vedere, vivere e interagire nei mondi paralleli delle lungodegenze, delle cardiologie, delle geriatrie, delle neurologie, delle pneumologie, delle neuropsichiatrie infantili, delle oncologie, delle ortopedie, delle terapie intensive, dell’hospice; si confronta, sì, con la patologia, ma soprattutto con situazioni di sofferenza e speranza in ogni sua sfumatura: la paura, le nuove capacità, il deficit, il recupero, le sconfitte, l’entusiamo, la delusione, la resilienza, l’impotenza, la rinuncia, anche la morte.

Questa formazione ospedaliera, esclusivamente sanitaria, cambia la forma mentis del vero fisioterapista. La relazione fisioterapica va ben oltre l’esercizio, comprende la complessità e investe nella straordinarietà  del corpo e della persona, a qualsiasi età e con qualsiasi patologia. Noi fisioterapisti, interagendo con le altre figure riabilitative, dobbiamo avere l’abilità di  individuare, mostrare, allenare e aiutare a mantenere la migliore qualità di vita possibile per ogni individuo che seguiamo e possiamo fare la differenza.

Gli anni universitari sono solo l’infarinatura, questo percorso prosegue in ogni singolo giorno del nostro lavoro.

Definire in modo netto e chiaro la nostra professione, diventa molto difficile. C’è ancora molto da fare, la professione fisioterapica è storicamente molto giovane: la definizione legislativa italiana è del 1994, il percorso formativo è diventato universitario poco dopo e  l’Ordine professionale, che all’indirizzo https://webiscritti.tsrmweb.it/public/ricercaiscritti.aspx permette al paziente di verificare se il fisioterapista è qualificato, è solo del 2018. 

In questi venti anni ho visto crescere la professione dal punto di vista scientifico, si stanno delineando sempre di più le aree specialistiche di intervento e la specializzazione accademica sarà il prossimo futuro.

Anche in chi si rivolge a noi sta aumentando la consapevolezza che la qualità di vita può cambiare radicalmente se ci si mette nelle giuste mani, indipendentemente dal problema fisico o patologia, e il fisioterapista ha le prerogative per farlo nel modo più completo, l’esperienza COVID-19, ne è stata la prova.”

Giornata mondiale della fisioterapia

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