Lo studio della storia insegna come singoli eventi possano incidere profondamente nell’impronta culturale di un popolo e come i vincitori abbiano sempre avuto il primato della testimonianza. Vi sono pochi uomini, pochi impavidi, che hanno scelto di combattere la battaglia della storia, che hanno voluto quindi rifiutare la sopraffazione dei vincitori sui vinti nella stesura dei fatti. La vicenda umana e personale di Bettino Craxi si lega indissolubilmente con le vicissitudini dello Stato italiano e trovano nell’Uomo la fiera opposizione al tentativo di scrivere un racconto diverso, una storia non-storia. Nel celebre discorso del 3 luglio 1992, Craxi sceglie di aprire uno squarcio nell’omertà legata alle modalità di finanziamento delle attività politiche e lo fa autodenunciando un sistema largamente basato anche su metodologie “illecite o illegali”. Egli manifesta il coraggio di colui il quale ritenesse necessaria un’analisi marcatamente politica del problema affinché fosse la politica stessa, nel luogo del Parlamento, a correggere quanto necessario. Craxi attira le luci dei riflettori sulla politica e sui politici ma, forse eccedendo nell’ottimismo, sottovaluta due conseguenze che si rilevarono decisive nella ri-scrittura dei fatti. Da un lato trascurò la feroce sete di sangue che cresceva in ambiti della magistratura che vedevano nel potere politico quell’animale ferito facile preda dei propri appetiti. Questo fenomeno, che andava delineandosi nelle procure, necessitava di uno scalpo, quale esso fosse: più l’animale risultava ferito agli occhi dell’opinione pubblica e a quelli della politica stessa, e maggiore era il potere inquisitorio di questi nuovi presunti eroi della repubblica. Allo stesso tempo Craxi ripose troppa fiducia nella reazione della classe politica: quella che lui attendeva come risposta corale e solidale rivolta verso il superamento del guado, rimarcando la supremazia del Parlamento, si tradusse nel più potente boato di silenzio. La classe politica non ebbe mai il medesimo coraggio ma preferì assecondare la strategia del capro espiatorio sacrificando così l’uomo Craxi come inevitabile prezzo da pagare per la propria incolumità. Un sistema che coinvolgeva centinaia e migliaia di nomi, consentì che un solo volto, una sola famiglia, una sola storia personale e politica fossero associati allo scandalo. Il volto di Craxi divenne l’immagine della vergogna e questo bastò a dimenticare tutto ciò che aveva rappresentato negli anni e nei decenni precedenti. Si dimenticò l’impegno di Craxi al governo del Paese con i risultati in politica economica ed estera, si dimenticò la vicenda di Sigonella che aveva dato prestigio all’Italia nello scenario internazionale. Si dimenticò la lungimiranza politica di Craxi sui temi delle riforme costituzionali e circa il ruolo dell’Italia in Europa. Fu consentita la barbarie contro la persona e fu tollerato un giustizialismo degno di ben altre forme di Stato dove diritto e presunzione di innocenza non sono cardini costituzionali. Insomma, fu esiliato un uomo che aveva rappresentato l’Italia e che ora, inspiegabilmente, finiva vittima di ignoranza, rancori, mistificazione e pavidità politica. Craxi fu costretto a sottrarsi al giudizio di uno stato ingiusto e da Hammamet si poneva questo quesito: quando sarò morto chi mi difenderà? Bene, io non ho potuto conoscere Craxi ma ho potuto e posso studiarlo. Sento forte dentro di me il desiderio di rimarcare la stima per l’uomo, la gratitudine come italiano e l’ammirazione per il coraggio. Presidente, ci sarà sempre chi la difenderà; almeno fino a quando la Storia non si incaricherà di rendere giustizia e verità ai fatti.

Simone D. Merigo D.

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